Barbara Santarelli è una delle nostre volontarie della lana.

Barbara Santarelli è una delle nostre volontarie della lana.

Persone che una volta a settimana – o una volta ogni quindici giorni – partecipano ai nostri gruppi insegnando ad altre persone a lavorare a maglia, all’interno di un percorso ben strutturato. Durante questo percorso parliamo molto, è uno dei cardini dell’intero progetto, partendo spesso da alcune parole e sensazioni.

In uno degli ultimi incontri le partecipanti hanno dialogato intorno alla parola SPERANZA, e da quella parola Barbara – tornata a casa – ha scritto questo PEZZO GIGANTESCO.

Grazie Barbara, sono preziose le tue mani e le tue parole.

Saverio Tommasi
presidente di www.sheepitalia.it

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Riempire la speranza di desiderio

di Barbara Santarelli

1. La differenza tra speranza e desiderio

In questi giorni di quarantena abbiamo avuto tutti occasione di riflettere su questo tempo che stiamo vivendo, costretti all’immobilità nei luoghi in cui abitiamo. L’unica condizione che accomuna tutti, l’unica, è la condizione umana seppur vissuta in contesti e circostanze differenti.

Ho avuto occasione in questo periodo di riflettere su due concetti davvero importanti per noi umani, quelli di “speranza” e “desiderio”.

Per formazione personale e forma mentale frequento molto l’ambiente della psicologia…tempo fa ho visto un intervento di Galimberti che parlava di “Desiderio” (https://www.youtube.com/watch?v=CzMtAZkL9xE): al minuto 6 egli riferisce che la parola “Desiderio” è stata utilizzata per la prima volta da Cesare nel “De bello gallico” tra il 50 ed il 58 a.C. Cesare chiamava “De-siderantes” quei soldati che, di notte e sotto alle stelle (sidera), si mettevano alla circonferenza dell’accampamento ad aspettare i soldati che erano andati a combattere e che per il tramonto non erano ancora tornati. Se al mattino non erano ancora rientrati venivano dati per morti e gli altri ricominciavano la battaglia. Il desiderio, per dirla con Galimberti, è una macchina potentissima che fa crescere: desiderare qualcosa spinge a mettere in atto delle strategie per ottenerla. Galimberti, citando Freud, dice che “Il desiderio è mancanza e la psiche si costituisce in quella distanza che c’è fra il desiderio e la sua realizzazione”. Per colmare quella distanza, in altre parole, occorre fare un lavoro psichico per arrivare alla soddisfazione del desiderio. Quel lavoro psichico è alla base della crescita degli individui: uccidere il desiderio equivale a togliere la capacità di crescere della psiche. Desiderare è potenzialmente rivoluzionario: se il mondo non ci andasse bene così com’è e lo si desiderasse diverso, allora ci si potrebbe industriare per trovare della soluzioni per cambiarlo. Se, invece, non si desiderasse, si subirebbe l’esistente da spettatori della storia, accettando quel che succede, magari criticandolo ma senza attivare il ragionamento per proporre ed adottare soluzioni migliori.

Un’altra psicologa, Daniela Lucangeli, rispondendo alla mail di un suo lettore ha evidenziato la differenza sostanziale esistente tra desiderio e speranza nei confronti della frustrazione per le aspettative disattese. (https://www.facebook.com/danielalucangeliofficial/videos/2082125981933274/)

Le aspettative ancora una volta tradiscono una visione passiva in cui “ci si aspetta” che le cose vadano in un certo modo e si trasformano in “frustrazione” o depressione nel momento in cui vengono disattese. La differenza principale tra “desiderio” e “speranza” si colloca quindi principalmente nella visione di chi ha il potere di influire sulla realtà: nel caso della “speranza” il potere di cambiare gli eventi dipende da circostanze e fattori esterni, pertanto la posizione degli umani nei confronti della speranza risulta essere soltanto passiva e di attesa, in balia delle scelte del un Grande Demiurgo manovratore delle vicende terrene.

Nel concetto di “desiderio” invece è insita un’idea di “spinta” nei confronti della realtà, un potere del tutto umano di effettuare scelte ed intraprendere azioni che siano motori di cambiamento, in cui ogni singolo può avere la capacità di attivare soluzioni in grado di alzare la probabilità di realizzare le proprie aspettative desiderate.

Innalzare la probabilità di realizzare i desideri non può essere di per sé garanzia di successo, tuttavia è garanzia di una presa in carico del potere personale di influire attraverso le proprie scelte e le proprie azioni sulla realtà, è la capacità di riconoscersi una quota di responsabilità nei confronti del tutto contrapposto alla costante attività di deresponsabilizzazione che domina in questo tempo strano, in cui tutti accusano tutti, spesso senza aver cura di sapere prima di parlare e spesso senza ritenersi responsabili di alcunché. Tutti vittime del Demiurgo cattivo che domina senza il contributo di nessuno.

Riappropriarsi della propria quota parte di responsabilità di desiderio è il primo passo per realizzare cose belle.

2. Il potere di realizzare cose belle

Quando ero piccola ero profondamente incuriosita dalla capacità di creare, lavorando un filo, dei prodotti finiti. Fin da allora vedevo capi realizzati da mia madre durante la sua gravidanza (passata a letto) circolare per casa e volevo tanto imparare a farli anche io. In casa c’era anche la mia nonna paterna, che faceva calzini….sapeva fare solo quelli e li faceva quasi in trance, senza pensarci. Lei, nonna Amelia, aveva una pazienza infinita ed era brava ad insegnare, ma sapeva poco: mi ha insegnato dritto, rovescio, avvio e chiusura; quando, a 8 anni, le ho chiesto in più occasioni: “Nonna, mi insegni a fare i maglioni?” mi ha risposto ogni volta scuotendo la testa spaventata: “Cocca mia, non li so fare. Bisogna stacce co’ la testa”. Mia madre, invece, li sapeva fare, ma non era in grado di insegnare. Lo stesso dicasi per la sua mamma, nonna Orfelia, che mi riempiva il guardaroba di maglioni, cardigan, mantelle, cappelli, calzini, sciarpe e babbucce da notte, ma che non era in grado di trasmettere il sapere che rimaneva dunque imprigionato nelle sue abilissime mani.

Io vivevo circondata da mani esperte, sognavo di imparare a lavorare a maglia per realizzare le mille cose belle che avevo in mente. Soprattutto volevo il potere (pressoché infinito) di trasformare la materia dando vita a cose nuove che evolvessero e crescessero con me, che mutassero al mutare dei miei gusti, del mio corpo, delle epoche.

Desideravo realizzare capi che mi rappresentassero nei colori, nei materiali, nelle forme e che raccontassero la storia dei punti lavorati per ottenerli. Volevo che quei capi parlassero delle tante partenze sbagliate, dei disfacimenti e dei riavvi del filo che infine giungeva ad avere forma e dei tanti tentativi della mente di apprendere movimenti, tecniche e strategie da trasformare in acquisizioni.

Per tanto tempo ho sperato che qualcuno mi insegnasse, lo speravo tanto e per tanto tempo l’ho chiesto, alle nonne, alla mamma, a delle signore che incontravo e che sapevano fare. Ho sperato, mi aspettavo che lo facessero e per risultato ho portato a casa una grande frustrazione.

A diciannove anni, finita la maturità, ho avuto del tempo vuoto da riempire: le prime lezioni dell’Università sarebbero iniziate solo a fine novembre, così ho pensato che, se le cose non succedevano “spontaneamente”, potevo provare a vedere se ero in grado di farle succedere.

Ho comperato in edicola una rivista di maglia sulla cui copertina faceva bella mostra di sé un magnifico maglione: al suo interno un glossario di punti spiegati con disegni e parole, quando internet non era ancora entrato a far parte delle nostre vite.

Per realizzare alcuni punti complessi ho impiegato davvero tanto tempo, energia ed ogni genere di inventiva, priva del confronto con chiunque fosse depositario di quella scienza. Procedevo per prove ed errori, disfacevo in continuazione, a volte – quando non capivo- inventavo cose a caso…e spesso le cose a caso riuscivano anche, ma poi non sapevo risalire alle azioni che avevano generato il risultato desiderato!

Così con pazienza ritornavo indietro con le azioni, disfacevo, rifacevo, fino ad acquisire conoscenza e dimestichezza. Una volta imparato, ho dato il via al mio primo progetto: in questo modo è nato il mio primo maglione: un maglioncino in lana grigia, corto, con le trecce ed il collo alto, lavorato separatamente a pezzi (davanti, dietro, maniche e collo) e poi cucito.

Una soddisfazione immane indossarlo. Il trionfo della perseveranza e della capacità di non darsi per vinti. Attraverso il lavoro a maglia ho potuto apprezzare, nella concretezza dell’azione, cosa significa “desiderare” e cosa si ottiene per suo mezzo: un risultato esterno ed un risultato interno.

Il risultato esterno, in questo caso, è stato il capo che parlava di me attraverso la scelta di colori, materiali e forme che si armonizzavano con il mio sentire. Il risultato esterno è stato ancora quel percorso di pazienza e perseveranza che ho riscoperto in ogni punto intrecciato, uno dopo l’altro, errore dopo errore, disfacimento dopo disfacimento, riavvio dopo riavvio e che si è concluso nella realizzazione dell’oggetto dei miei desideri.

Il risultato interno è stato il “sapere” che si è strutturato dentro di me e che mi ricorda ogni giorno che si può sbagliare un infinito numero di volte, disfare, ripartire, investire lavoro sul mio filo per renderlo il maglione che desidero indossare; è stato scoprire che non esistono errori, ma solo tappe di conoscenza e occasioni di cambiamento; è stata la consapevolezza che nulla è immutabile e che tutto si può rinnovare, rigenerare e rendere diverso e più compatibile con il mio divenire, in funzione di evoluzione, età, contesto. E’sapere, attraverso ciò che ho imparato, che sono in grado di imparare, non importa quanta fatica mi costi farlo. E soprattutto sapere che imparo meglio se desidero imparare (ed è per questo che sostengo da anni che le insegnanti debbano insegnare a desiderare).

3. Riempire la speranza di desiderio.

In questo tempo di attesa e di sgomento, in questo tempo sospeso, il mio desiderio per ciascuno di noi e per l’umanità tutta è quella di riempire le nostre vite di desiderio, di abbandonare la visione “attendista” e “polemica” generatrice di frustrazione per riappropriarci del nostro potere e della nostra piccola responsabilità nei confronti del tutto. Se tutti noi riempissimo le nostre vite di desiderio, allora anche la speranza potrebbe “incarnarsi” nella forma di un Demiurgo buono alimentato dalle piccole fiamme dei nostri singoli desideri. Non sarebbe più un evento “altro da noi” su cui non abbiamo potere, ma un orizzonte verso il quale muoversi tutti insieme.

Desideriamo realizzare cose belle, riconosciamoci la capacità di agire per ottenerle, lavoriamo sulle possibili soluzioni singole e cooperative, ricordiamoci reciprocamente che cadere serve per sapere come ci si rialza, proponiamo invece di criticare, cerchiamo di avere a cuore l’insieme e non solo la piccola parte (magari solo nostra). Forse non avremo cambiato il mondo, ma almeno sapremo che abbiamo fatto di tutto per cambiarlo: diversamente, non sapremo mai se avrebbe funzionato.

Riempiamo la speranza di desiderio, e ricordiamoci che il filo si può usare infinite volte per realizzare cose sempre nuove.

BARBARA SANTARELLI

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